L'intervista
Intervista immaginaria
R - Ho sempre letto tantissimo e dopo un po’ mi è venuta voglia di scrivere. Da ragazzo ho pure iniziato un giallo, ricordo che mi ero messo a scrivere senza nemmeno pensare alla trama. Però mi sono bloccato al primo dialogo, non riuscivo a dare nomi credibili ai personaggi. Diventato più adulto ho cominciato a scrivere racconti, nel 1978 ho pure partecipato ad un concorso letterario e l'ho vinto. Il racconto s'intitolava "La prima volta che vidi mio padre" (leggi qui) ed era una storia vera, la storia di mio zio Giovanni e di suo padre emigrato in America. Lo ha veramente conosciuto quando aveva già quasi dieci anni. Ricordo che la giuria lo descrisse come ispirato alle tematiche care a Saverio Strati, il bello era che io allora non avevo ancora letto nulla di suo, poi però ho rimediato e devo dire che la giuria aveva ragione.
D - E da allora che hai fatto? Non hai scritto più niente?
R - Dico sempre che le passioni vanno e vengono, a me è venuta quella per la poesia in vernacolo. Ho scritto tante poesiole in dialetto calabrese e da un collage di queste ho tratto quello che negli anni '80 era considerato l'inno dell'Università della Calabria, quello che cominciava con "Chi munta chi mi veni certi siri".
D - Siamo arrivati agli anni '80, e poi?
R - E poi è arrivata un'altra grande passione: l'Enigmistica Classica. Per anni ho creato e risolto giochi enigmistici: Enigmi, indovinelli, anagrammi e crittografie. Ma la mia passione erano i palindromi, ero ancora giovanissimo quando ho scritto quello ispirato a Marilyn Monroe: “Avida di vita, desiai ogni amore vero, ma ingoiai sedativi, da diva”.
D - Quando ti è tornata la passione per la narrativa?
R - In realtà non mi ha mai abbandonato, solo che l'ho vissuta in maniera passiva, leggendo sempre e spaziando tra vari generi: dal classico, agli scritti umoristici, ai gialli. E proprio un giallo ho sempre sognato di scrivere, solo che mi bloccava il fatto che non riuscissi a trovare un protagonista originale. Tutte le categorie erano già inflazionate: poliziotti, detective privati, avvocati, preti, monaci e medici erano già stati abbondantemente usati. Dovevo trovare qualcosa di originale. Allora ho pensato di ispirarmi al mio lavoro e alla mia passione per la bicicletta. Così è nato Agusto, il rider che frequenta un "Centro per la Riabilitazione e l'Igiene Mentale", il CRIM. In un paio di mesi è nata la struttura del primo libro (formata da due episodi distinti, anche se collegati) e tra un episodio e l'altro ho scritto Riccio e Love. In seguito sono venuti fuori gli altri tre libri del CRIM.
D - Come sono i tuoi libri?
R - Sono dei testi leggeri, semplici. Mi dicono che si leggono con piacere e a volte riescono anche a strappare un sorriso. Non ci trovi un morto ammazzato in ogni pagina, sono dei racconti nei quali al meccanismo del giallo si privilegia l’aspetto sociale e dove predominano i caratteri rispetto alle situazioni.
D - Come nascono le tue storie?
R - Parto dall'idea, l'embrione della storia, e poi la sviluppo scrivendo. Spesso, quando inizio a scrivere, non ho idea di come sarà il finale, di chi sarà il cattivo di turno. A volte cambio in corsa. In qualche caso sono stati proprio i personaggi a imporsi e a chiedermi un finale diverso. Non sto scherzando...
D - I tuoi personaggi sono molto cambiati tra una storia e l'altra.
R - E' vero. All'inizio avevo pensato Agusto come personaggio centrale, volevo un protagonista originale e per questo avevo scelto un malato di mente che fosse anche un rider. Poi Skizzo e il Comandante mi hanno preso la mano e si sono imposti, mentre Agusto, che ormai tutti chiamano Ercolino, dopo il matrimonio si è un po' defilato.
D - Ti ispiri a qualche autore in particolare?
R - Più che ispirazione, è affetto. Tralasciando i mostri sacri come Montalban e Montalbano, amo molto i gialli di Fred Vargas e quelli di Alicia Giménez Bartlett. Tra gli italiani adoro: Faletti, Manzini, Carofiglio, Carlotto, De Giovanni, Sandrone Dazieri e il Coliandro televisivo dal quale ho preso in prestito la sigla iniziale per usarla come suoneria del cellulare. Ho volutamente lasciato per ultimo Gaetano Savatteri, a lui invidio la soave levità della scrittura e la coppia La Manna e Piccionello, una delle più riuscite del panorama noir italiano.
A parte Dazieri e Vargas, che mancano alla mia collezione, di Di Giovanni e la Bartlett ho letto tutto, degli altri quasi. Conosci Diego De Silva?
RispondiEliminaLo conosco, ma devo confessare che di suo ho letto troppo poco.
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